America Latina e Caraibi, Perù

L’anima spaventata

Fin da quando ero piccola, ho un amore viscerale per i porcellini d’India. Essendo questi animaletti originari delle regioni andine, mi è sempre sembrato un inconfutabile segnale del destino che il Perù mi chiamasse da sempre con tanta forza.

Fatto sta che una volta arrivata in Perù, il porcellino d’India mi è pure toccato mangiarlo, visto che è uno dei piatti nazionali del paese. Una sera finisco addirittura in discoteca con i resti del porcellino d’India nella borsa, visto che non riesco a terminare il mio piatto a una festa in casa di amici, e decidiamo di portare i resti del cibo alla signora Betty, che a quanto pare adora il chiriuchu, piatto tipico della regione di Cusco a base di porcellino d’India e verdure. Solo che la situazione si fa grottesca quando all’entrata della discoteca mi fanno aprire la borsa, da cui fuoriesce il delizioso bottino, con tanto di zampette e testolina. Vabbè, c’è chi nella borsetta quando va in discoteca ci mette il rossetto e il borsellino, e chi i resti del chiriuchu.

Ma questa è un’altra storia… in ogni caso, a parte il mio amore per i porcellini d’India, ho sempre desiderato conoscere e vedere i luoghi di una delle più antiche e misteriose civiltà, gli inca, e sono sempre stata attratta dalla cultura dei popoli andini, la loro lingua, la loro storia e la loro musica. Quando vi arrivai per la prima volta avevo 32 anni, e quasi non riuscivo a credere che ero riuscita a realizzare il sogno di una vita. Il Perù fu il primo paese latinoamericano che visitai, ed è un paese che mi starà per sempre nel cuore.

Oltre alle più incredibili e allo stesso tempo più famose attrazioni turistiche, dai siti archeologici intorno a Cusco e Ollantaytambo, il Machu Picchu, Puno e il lago Titicaca, o la foresta amazzonica nella regione di Puerto Maldonado, ricordo sempre l’allegria del popolo peruviano, la varietà del cibo e la moltitudine di culture e ambienti geografici completamente diversi tra loro. Dal clima caldo e piacevole della costa, al clima più duro delle regioni di montagna, alla rigogliosa natura e l’umidità dell’Amazzonia.

Eppure credo che quello che sempre più mi ha affascinato del Perù sono le sue leggende, i suoi popoli misteriosi e antichi e la sua natura incontaminata. Terra di magia, di “curanderos”, di tante civiltà incredibili dai misteri ancora irrisolti. Da Trujillo a Chiclayo, a Nazca, a Cuzco con le sue pietre incastonate magicamente da centinaia di anni. Cusco per gli indigeni è l’ombelico del mondo, potentissimo centro spirituale. Mistico, pieno di energia. Per Cusco ho avuto da sempre un misto di amore e odio. Questa cittadina turistica, cuore della cultura inca, situata a 3400 metri d’altezza, dove in un solo giorno ci sono le quattro stagioni dell’anno. A mezzogiorno sembra estate e alle 4 di pomeriggio arriva impietoso l’inverno, e le temperature possono arrivare anche a zero gradi di notte. Il mio odio per il freddo ha sicuramente frenato il mio amore per questa città, eppure allo stesso tempo ho avuto sempre un’attrazione inspiegabile e forte per questo luogo. Ricordo il mercato di San Pedro e i suoi succhi, la frutta e la verdura, i venditori di “empanadas” e “antichuchos” e mais per strada. C’è un’atmosfera mistica e pacifica e allo stesso tempo gioiosa in questa città. E la gente con il suo misto di allegria e timidezza tipica dei popoli andini. Le risate dei peruviani non me le scorderò facilmente, così come lo sguardo di un portatore indigeno quando lo ringrazio nella sua lingua durante il cammino inca verso il Machu Picchu. “Sullpayqui”, gli dico in quechua per ringraziarlo di avermi porto dell’acqua calda, e lui mi guarda con i suoi occhietti neri brillanti pieni di stupore, e mi accenna un timido sorriso.

Ci sono tantissime leggende e racconti in queste terre. Secondo una credenza popolare, le anime di chi sta per morire passano a salutare i vivi prima di lasciare questo mondo, soffiando sulle persone o facendo cadere degli oggetti. Ci sono poi i curanderos, guaritori o sciamani, che leggono il futuro nelle foglie di coca o nelle viscere degli animali. E misteriose malattie dell’anima che solo gli sciamani sanno curare. Sembra che una volta il papà di un amico si sia ammalato, il corpo completamente paralizzato su tutta la parte destra, e nessun medico sapeva di che si trattasse, finché una curandera è riuscita a sbloccarlo e a guarirlo. Allora una mattina andiamo anche noi da Velia, una guaritrice, per ricevere informazioni e consigli sulle nostre vite. Aspettiamo per ore il nostro turno, finché la veggente ci accoglie nel suo studio. Le foglie di coca sul tavolo, l’incenso, le offerte alla Pacha Mama, la madre terra. Le preghiere in spagnolo e quechua. Appena mi vede, la guaritrice mi dà la sua diagnosi: “Tienes un susto” (“soffri di spavento”). Sembra che la mia anima sia spaventata. Ho bisogno di una “limpia”, una purificazione, che non farò, un po’ per pigrizia e un po’ per scetticismo. Anche se col passare degli anni mi sembra di aver trovato simili conferme da amici africani e guaritori spirituali europei. Forse la sciamana peruviana aveva ragione, forse un giorno tornerò tra le Ande. Forse, un giorno, la curerò quest’anima spaventata.

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